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I migliori fondatori italiani virano verso il deep tech: un cambio di rotta che trasforma l'ecosistema

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I migliori fondatori italiani virano verso il deep tech: un cambio di rotta che trasforma l'ecosistema

Photo: R50 music, CC0, via Wikimedia Commons

C'è un momento preciso in cui molti dei fondatori tecnologici italiani più capaci smettono di guardare alle app consumer come al loro destino professionale. Non è una crisi di vocazione: è, al contrario, una presa di coscienza. Costruire l'ennesima piattaforma di delivery, un'app di social commerce o un aggregatore di servizi locali non è la sfida per cui si sono formati — spesso con dottorati in fisica, ingegneria biomedica o informatica teorica — e non è il terreno su cui pensano di poter competere con le risorse di Silicon Valley o Pechino.

Questo ragionamento, sempre più diffuso tra i fondatori italiani di prima fascia, sta producendo una migrazione silenziosa ma significativa verso il deep tech: quella categoria di imprese tecnologiche che costruisce il proprio vantaggio competitivo su scoperte scientifiche genuine, processi ingegneristici complessi e barriere all'ingresso altissime.

Perché le consumer app hanno deluso

Per capire il presente, è utile guardare al recente passato. Tra il 2015 e il 2020, l'ecosistema startup italiano ha vissuto una fase di entusiasmo per i modelli di business consumer. Marketplace, app di mobilità, piattaforme di prenotazione, servizi on-demand: molte delle startup più finanziate di quel periodo operavano in questi segmenti.

I risultati, nella maggior parte dei casi, sono stati deludenti. Non per mancanza di talento o esecuzione, ma per ragioni strutturali difficilmente aggirabili. Il mercato italiano, pur significativo, rimane limitato per scala. Scalare a livello europeo richiede capitali e capacità di distribuzione che poche startup locali riuscivano a mobilitare. E quando si trattava di competere a livello globale, i vantaggi competitivi delle app consumer — spesso basati su effetti di rete e velocità di crescita degli utenti — evaporavano rapidamente di fronte ai colossi americani e asiatici già radicati.

I fondatori più lucidi hanno tratto una conclusione scomoda ma razionale: competere sul volume di utenti consumer non è il gioco in cui l'Italia vince.

Il deep tech come vantaggio competitivo strutturale

Il deep tech obbedisce a una logica diversa. Qui il vantaggio competitivo non deriva dalla velocità di acquisizione utenti o dalla forza del brand, ma dalla profondità della conoscenza scientifica, dalla solidità dei brevetti e dalla difficoltà oggettiva di replicare processi che richiedono anni di ricerca e infrastrutture specializzate.

È esattamente il terreno su cui l'Italia — con le sue università tecniche di eccellenza, la tradizione manifatturiera, i distretti industriali avanzati e una comunità scientifica di riconosciuto livello internazionale — può costruire posizioni competitive durature.

Non sorprende, quindi, che i fondatori italiani più ambiziosi stiano scegliendo settori come:

Le ragioni economiche di una scelta

Oltre alle motivazioni culturali e identitarie, c'è una logica finanziaria sempre più chiara che orienta i fondatori verso il deep tech.

Gli investitori globali stanno riallocando capitali significativi verso questo segmento. Secondo dati di Dealroom, i round di finanziamento per startup deep tech in Europa hanno superato i 20 miliardi di euro nel 2023, con valutazioni che reggono meglio alle correzioni di mercato rispetto alle consumer tech. Il motivo è intuitivo: un'azienda con un portafoglio brevetti solido e una tecnologia difficilmente replicabile offre agli investitori una protezione strutturale che nessun network effect consumer può garantire.

Per i fondatori italiani, questo significa che alzare capitali su una startup deep tech con solide basi scientifiche è oggi, paradossalmente, più accessibile che convincere un venture capitalist europeo a scommettere su un'app consumer italiana in un mercato già affollato.

I fondi specializzati — da CDP Venture Capital, che ha progressivamente ampliato il proprio focus verso tecnologie avanzate, ai fondi pan-europei come EQT Ventures e Lakestar che guardano con interesse crescente all'Italia — stanno creando un contesto di finanziamento più favorevole per chi lavora su tecnologie di frontiera.

Il profilo del nuovo fondatore deep tech italiano

Chi sono questi imprenditori? Spesso hanno un background accademico solido: dottorati in discipline STEM, esperienze in laboratori di ricerca internazionali, pubblicazioni scientifiche. Molti hanno trascorso anni in istituti come il CERN, l'EMBL o in università anglosassoni prima di tornare in Italia — o di fondare le proprie imprese restando collegati al contesto accademico italiano pur operando da Londra, Zurigo o Amsterdam.

La loro visione è tipicamente di lungo periodo. Non cercano exit rapide né crescite virali: costruiscono aziende pensate per resistere decenni, convinti che la profondità tecnologica che stanno sviluppando abbia un valore che il mercato riconoscerà nel tempo.

Questa pazienza — che in passato veniva letta come un difetto dell'imprenditoria italiana, incapace di muoversi alla velocità dei mercati digitali — diventa nel deep tech un asset. Costruire un processo di sintesi molecolare proprietario o sviluppare un algoritmo quantistico funzionante richiede anni. Chi è disposto ad accettare questa timeline ha un vantaggio su chi cerca la scorciatoia.

Cosa manca ancora

Sarebbe però ingenuo ignorare le lacune che ancora frenano la piena realizzazione di questo potenziale.

Il tempo al mercato nel deep tech è strutturalmente più lungo. Una startup biotech può impiegare dieci anni per portare un prodotto alla commercializzazione. Questo richiede pazienti con capitale paziente: una risorsa ancora scarsa nell'ecosistema italiano, dove la cultura del venture capital è relativamente giovane e orientata a ritorni più rapidi.

La regolamentazione — soprattutto in settori come biotech, quantum e advanced manufacturing — è complessa e spesso disomogenea tra i diversi Paesi europei, complicando le strategie di espansione internazionale.

Infine, la capacità di attrarre talenti senior rimane una sfida. Costruire team deep tech competitivi richiede profili rari — ingegneri quantistici, biologi computazionali, esperti di materiali avanzati — che spesso preferiscono posizioni accademiche o opportunità in centri di ricerca con maggiori risorse.

Il futuro si costruisce in laboratorio

La migrazione dei migliori fondatori italiani verso il deep tech non è un fenomeno marginale o passeggero. È la risposta razionale di una generazione di imprenditori che ha analizzato il mercato, riconosciuto i propri vantaggi comparativi e scelto il campo di battaglia più adatto.

Per l'ecosistema italiano nel suo complesso, questa traiettoria è potenzialmente trasformativa. Se le condizioni di finanziamento matureranno ulteriormente, se il sistema universitario continuerà a produrre ricerca di qualità e se le istituzioni sapranno creare un contesto normativo favorevole, l'Italian Valley del prossimo decennio potrebbe essere ricordata non per le sue app, ma per le sue scoperte.

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